Come gestire i soldi con l'ADHD?
Vanno bene anche maledetti e sporchi, purché siano abbastanza per assecondare il nostro bisogno di dopamina.
Non credo di conoscere una sola persona ADHD che abbia un rapporto risolto con i soldi. Anche quelle che - apparentemente - sembrano tenere il punto della gestione monetaria, finiscono sempre per cedere all’impulso dello shopping inutile e compulsivo (ciao mamma, ogni riferimento a te è puramente casuale, casomai mi leggessi). Perché proprio una riflessione sui soldi? Perché sono stufa di sentirmi in colpa.
L’altro giorno ho incassato malissimo l’ennesimo sollecito di pagamento da parte di un fornitore. Per chi non lo sapesse: ho ristrutturato casa e sono arrivata all’imbuto delle scadenze, quel momento in cui tutti gli artigiani finiscono la loro parte di lavoro ed emettono fattura. Come se non fosse abbastanza traumatico un trasloco.
Essendo una partita iva, conosco alla perfezione il meccanismo: lavoro, emetto fattura e vengo pagata. La differenza sostanziale tra chi fa il mio lavoro e questi signori (sì, solitamente gli artigiani sono tutti uomini), è che loro sollecitano il pagamento della fattura nell’istante stesso in cui la inviano all’Agenzia delle Entrate. Direte voi: normale amministrazione. Più o meno, rispondo io.
Quando va bene, i clienti mi pagano le fatture a 30 giorni, molto più spesso a 60 giorni. Ho addirittura un cliente che paga a 90 giorni (ed è un grosso editore). Cosa succede quando non vengo pagata nei termini concordati? Che a mia volta non posso pagare le fatture ai fornitori alla scadenza indicata. Non so voi, ma noi braccianti delle parole siamo pressoché tutte precarie, e non è semplice mettere da parte tesoretti per le emergenze quando si tratta di sopravvivere. Mi piacerebbe avere delle rendite passive, ma non le ho. Posso contare al massimo su qualche decina di articoli messi in vendita su Vinted.
Per farla breve: il fornitore del sollecito di cui sopra dovrà aspettare. Perché nel frattempo sto aspettando a mia volta dei pagamenti e gli articoli che vendo online non sono dei Picasso.
Denaro, odi et amo
Nonostante conosca il meccanismo che regola i rapporti tra cliente e fornitore da decenni, la mia relazione con il denaro continua a essere conflittuale. E no, non migliora col tempo. Nutro nei suoi confronti una sorta di timore reverenziale, come se non fossi mai abbastanza meritevole della sua presenza nelle mie tasche. Quando vado a prelevare al bancomat, posso percepire la tachicardia celata da fretta di concludere il prima possibile l’operazione, come se quei soldi li stessi rubando. Non c’è una sola volta in cui sia a mio agio alla cassa, di nessun negozio. Persino quando faccio la spesa online, ricontrollo in modo ossessivo il carrello, ma non per il timore di essermi scordata qualcosa (quello lo do per scontato): per capire se c’è qualcosa di superfluo che posso eliminare.
Direte: be’, sarai una formichina parsimoniosa e attenta al tesoretto. Mi piacerebbe, davvero. Dico solo che in questo momento non conosco il saldo del mio conto corrente, perché aprire l’home banking mi mette a disagio quasi quanto prelevare. La verità è che nessuno mi ha mai insegnato come gestire i soldi e non ho mai seguito corsi di educazione finanziaria. Sono cresciuta col mantra del “sacrificio” come unico modo per stare al mondo dignitosamente e col mito delle rinunce, perché sennò come fai a risparmiare? Il fatto è che con mio marito abbiamo deciso di cambiare pattern: meno oggetti e più esperienze. Meno status quo e più tempo da passare insieme. Più viaggi in famiglia e meno giochi per i bambini. Una sola auto usata – e solo perché in provincia è necessaria – e abiti usati per tuttə, ma gite nei musei e corsi di inglese obbligatori per i nostri figli. Sono scelte, che ognuno fa misurandosi la palla. Il fatto è che per tutte le scelte di vita i soldi servono. Il denaro è necessario per tutto: mangiare, curarsi, vestirsi, prendersi cura di sé e degli altri. E allora perché se ne parla così poco? Perché c’è questa reticenza riguardo a dei pezzi di carta, che spesso sono solo cifre virtuali?
Credo che parte del problema sia culturale: se abbiamo un pessimo rapporto coi soldi, non è solo perché siamo ADHD o abbiamo appiccicato addosso il senso di colpa cattolico. Se pensiamo agli aggettivi che, nella cultura popolare, vengono associati ai soldi - sporchi, vili, facili, sudati, onesti - è sempre presente una connotazione morale.
Quando sono dati in offerta a chi ne ha bisogno - magari in chiesa - sono soldi benedetti; quando vengono dati in mano a lavoratori e lavoratrici del sesso sono sporchi o vili.
Parlarne crea sempre un certo disagio, soprattutto in alcuni ambiti: familiare, amicale, di subordinazione lavorativa. Se al primo colloquio di lavoro chiedi lumi sul compenso, è molto probabile che tu venga giudicata inopportuna. Quando devi chiedere agli amici la loro parte perché hai pagato tu le pizze, è facile che tu sia vista come quella taccagna. Se poi sei una donna e fai tutte queste cose, dai, non ti hanno insegnato che non si parla di soldi? Se potessi anche evitare anche di gestirli, sarebbe ancora meglio, visto che il soldo è da secoli una questione da uomini.
Soldi che trasformano cose
In definitiva, si va sempre a parare lì, a chi detiene il potere. Parlare di denaro, guadagnare tanti soldi, capirne di gestione economica, è soprattutto una questione di potere. Chi ne ha di più, chi ha più dimestichezza con l’argomento, ti metterà in condizione di sentirti in difetto, in colpa, sporca. Pensa a quando vai in banca per chiedere un finanziamento o la surroga del mutuo. Chi sta dall’altra parte può decidere della tua vita, letteralmente. E prima di farlo, va a scavare così tanto nei meandri della tua vita che ti senti violata nell’intimità. Eppure i soldi sono un mezzo, uno strumento. Esattamente come un vestito, che mi permette di coprirmi o di sentirmi bella, a seconda del valore che decido di dargli.
Nell’episodio 16 della quinta stagione di The Young Sheldon si parla di come i soldi possano interferire nei rapporti relazionali: “Mia mamma direbbe che il denaro origina il male, ma lo diceva anche de I Simpson”, afferma Sheldon. E poi chiosa da par suo: “Io dico che i soldi sono solo un mezzo di scambio, un modo di trasformare qualcosa in qualcos’altro”.
Il denaro fa parte delle relazioni, non le definisce. Un ritardo, un accordo da rivedere o una richiesta legittima non cancellano la correttezza o la qualità dei miei rapporti. Posso avere una conversazione chiara e rispettosa anche parlando di soldi. Posso pretendere toni cordiali e un trattamento umano e da pari anche se non capisco nulla di flussi di cassa o di tassi. Questo è più o meno quello che mi ripeto quando ripenso al sollecito del pagamento: santo cielo, non sono una latitante. Mi impegno ogni giorno per rispettare le scadenze, nonostante l’ADHD.
Da qui parte un’altra riflessione: il senso di colpa non è una forma di responsabilità. Sentirmi in difetto o male se spendo più di quanto guadagno, non mi farà ottenere più denaro sul conto corrente. Posso essere responsabile senza farmi carico di pesi che non sono miei: il sollecito di pagamento insistente e sgradevole da parte di un fornitore non può essere un carico mio. Io sono responsabile unicamente delle mie azioni. E tra queste c’è la corretteza di fondo e la volontà di rispettare gli accordi.
Posso avere un rapporto sano con il denaro anche se non è perfetto.
Qual è il fattore ADHD nella questione soldi? Sicuramente la tendenza a spendere troppo (vedi alla voce shopping compulsivo), la gestione a singhiozzo delle scadenze (bollette, F24, bonifici ricorrenti), la difficoltà di organizzazione (spendere più del dovuto perché non si fa un budget sistemico delle spese), la bassa autostima che porta a sentirsi in colpa e incapaci di gestire le proprie finanze, la difficoltà a gestire situazioni complesse come il flusso di cassa di una ristrutturazione. Come per ogni altro aspetto della quotidianità, l’ADHD non semplifica. A meno che non si disponga di risorse finanziarie illimitate, tuttə abbiamo bisogno di fare pace con i soldi.
🛠️ Tips wow – Strumenti per risparmiare
Di modi per scendere a patti col denaro ce ne sono a decine, dai consulenti finanziari alle app per la gestione quotidiana delle spese. Qui lascio qualche consiglio che ho trovato utile per chi è ADHD (e per chi non è neurodivergente):
Definire in anticipo il budget economico settimanale o mensile, che deve includere spese fisse (affitto, mutuo, bollette, spesa) ed extra (palestra, dentista, abbigliamento).
Pianificare la spesa settimanale alimentare per evitare sprechi e comprare più del necessario. Consiglio di pianificare anche i pasti, magari aiutandosi con le AI o con le app dedicate, perché è l’unico modo per tenere sotto controllo frigo e dispensa.
A Milano si chiama schiscetta, in altri dialetti non saprei: è il pranzo al sacco, che è uno sbattimento incredibile ma necessario per contenere le spese. Online trovate mille modi per prepararlo ottimizzando i tempi e l’organizzazione.
Fare un check di tutti gli abbonamenti attivi, perché è un attimo perdere il filo: app a pagamento, servizio di streaming, gestore telefonico, fornitura elettrica e di gas. Potreste scoprire nuove tariffe vantaggiose o rendervi conto che state pagando sei servizi che non usate.
Piani di accumulo: sono utili per chi non riesce ad accantonare nulla a fine mese se non sotto tortura. Ogni banca ha i suoi piani e potete mettere da parte anche solo 50 euro al mese. Che a fine anno sono comunque 600 euro.
Scegliere una banca o una filiale che prediliga i rapporti umani. Scegliere un istituto di credito dove non lavorino solo burocrati ma persone disponibili ed empatiche, fa tutta la differenza del mondo.
Fare una riunione settimanale, in famiglia o con sé stessə per capire quanto si è speso e quando. Ignorare i vostri conti non servirà ad aumentare il vostro saldo disponibile. Per lo meno, con me non funziona.
📖 Dizionario divergente
Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche.
Rifiuto patologico della domanda (PDA): è un profilo comportamentale caratterizzato da un’evitazione estrema e automatica delle richieste esterne, anche quando sono semplici o quotidiane. Sebbene associato soprattutto all’autismo, molte persone con ADHD (o AuDHD) sperimentano una forte intolleranza alle pressioni esterne, che non dipende da oppositività o svogliatezza, ma da ipersensibilità, disregolazione emotiva o bisogno di controllo. Alcuni preferiscono definirlo “evitamento estremo della domanda” (EDA), per ridurre lo stigma legato al termine “patologico”.
Grazie per aver letto fino a qui Atipiche! Ti auguro un week-end da brividi, montagne di marshmallow, tisane speziate e dolci alla zucca. Anche se non festeggi Halloween :)
Un abbraccio,
Anna


