Ricky Gervais e l’ADHD
Per far ridere devi sapere di cosa parli.
Premesse lunghe e obbligatorie: lo so che avranno il sapore della giustificazione preventiva, ma sono ADHD e divago.
Sono un fan della stand-up comedy come genere. Più è crudele più la amo. Ho divorato tutto il repertorio di Bill Hicks e tutto quello di George Carlin; ho sofferto quando Luttazzi venne beccato a citare un po’ troppo dai comici statunitensi (anche se la questione è complicata); ad aprile del 2012 ho scovato lo spettacolo Nibiru di Giorgio Montanini e ne ho scritto su uno dei più famosi siti di tv in Italia quando, in una delle tante vite passate, mi occupavo di giornalismo di spettacolo. Grazie a una serie di fortunati eventi, nel 2019 mi sono infilato a far serata al Comedy Cellar, il regno della stand-up statunitense, capendo la metà della metà delle battute, facendomi prendere beatamente in giro dall’mc dell’evento e strappando, poi, una foto a Dave Attell (che era impegnato in un alcolicissimo corteggiamento ma fra uno sgrunt e l’altro non ha potuto resistere all’assedio di un vero fan).

Ho sofferto anche per il caso Louis CK; insieme ad Anna ho passato in rassegna molti spettacoli di stand-up contemporanei; ci siamo appassionati a una delle migliori stand-up comedian che abbiamo incrociato, Ali Wong; abbiamo partecipato a un matrimonio di amici con un amico che officiava facendo stand-up e che poi ho visto con molto piacere all’Alcazar fare, tra l’altro, un pezzo straordinario su Gaza.
Insomma: sono immune alla volgarità, all’offesa gratuita, alla blasfemia, alla pornografia: non mi offendo praticamente per nulla che venga detto su un palco da una persona che fa comedy, a me, su di me, sulle mie idee, sul mio modo di essere e su quello dei miei cari e sugli altri.
Aggiungiamoci anche che ho amato moltissimo After Life, serie di e con Ricky Gervais.
Le premesse sono obbligatorie, dicevo, perché vorrei evitare quell’effetto del “ah ecco siccome parla di ADHD allora ti sei offeso”. So che a qualcuno passerà questo lo stesso: pazienza.
Gli ultimi anni di Gervais
Fatto sta che, nel suo ultimo spettacolo, Mortality, Ricky Gervais ha dedicato un pezzetto del monologo all’ADHD.
Ma andiamo con ordine.
Già nei due spettacoli precedenti, Supernature (2022) e Armageddon (2023), si intravedevano i primi germogli del Gervais che ci ritroviamo in Mortality: spiegoni sulle regole della comicità, sul fatto che gli stand-up comedian sono artisti, che si deve poter scherzare su tutto, che se non ti piace puoi sempre andartene o non ascoltare e una serie di battute messe lì appositamente per fare un po’ di volgarità fingendo anche un imbarazzato autocompiacimento e stupore per la sua stessa volgarità.
Ora, capirai che da fan della stand-up avere uno che mi ricordi tutte le volte cos’è la stand-up è un po’ fastidioso. Ma è su Netflix, mi dico, quindi deve parlare a tutti, mi dico. Ma è la reazione di Gervais a quelli che lo criticano su Twitter, ai leoni da tastiera, mi dico. Perché, ahimé, quando si è fan si tende a perdonare, a chiudere un occhio, a dare una seconda possibilità.
Da Supernature in poi, Gervais ci tiene anche un sacco a ricordare al suo pubblico che è ricco, molto ricco, schifosamente ricco, ricco grazie agli spettacoli e ricco perché produce e vende superalcolici. Che vive ad Hampstead, che è ricco, che anche se ti risponde su Twitter, tanto lui è ricco, che puoi criticarlo ma lui è ricco, che va in prima classe in aereo, che ha una casa enorme, che presenta i Golden Globes ed è tanto, tanto, schifosamente ricco.
Lo fa, ovviamente, anche in Mortality.
I tre spettacoli insieme, pur con alcune vette di ottima comicità, si avvolgono su loro stessi, ripropongono sempre gli stessi schemi e hanno il sapore del piangina che si lamenta del fatto che non si può più dire niente ma al tempo stesso ti dice tutto perché – l’abbiamo già detto? – lui è ricco. Insomma, l’avrai capito: Gervais si è proposto, negli ultimi tre anni, come lo stand-up comedian anti-woke.
Ora, woke è un termine che indica la consapevolezza delle ingiustizie sociali; è una postura che ha i suoi problemi, ma è una postura di chi è storicamente escluso dai privilegi. Gli stessi che Gervais, feroce critico della cosiddetta cancel culture, ci sbatte in faccia nei suoi monologhi.
Eppure non gli basta: vuole anche porsi come paladino dei più deboli. Nel finale dello spettacolo, infatti, sostiene questo: che l’umorismo faccia bene alla working class e che il woke sia, in realtà, un parto delle élite.
“Sono sempre queste persone istruite, di classe media, privilegiate, elitarie”, dice, “che dicono alla gente comune della classe operaia cosa possono e non possono fare, dire e ridere, senza rendersi conto di quanto sia importante la commedia per la gente comune”.
Sinceramente, mi sembra una lettura un po’ parziale della realtà. Mi sembra, piuttosto, che le vere élite siano quelle ricche e ricchissime, che impongono la loro egemonia reazionaria grazie al potere economico e politico (e che, per inciso, considerano il mondo come un loro podere da governare con la forza).
Gervais e l’ADHD
In tutto questo, Gervais, siccome deve forzatamente inserire tutto ciò che secondo gli antiwoke è woke, ci mette di mezzo anche le neurodivergenze e l’ADHD, appunto. Perché non importa che l’ADHD esista e che sia un modo di funzionare. Per gli antiwoke non è niente o è come essere matti.
L’ADHD appare in un minuto scarso di Mortality, un segmento quasi del tutto slegato dal resto.
Ecco qua la trascrizione (poi traduciamo in nota).
“I’ll tell you what’s very popular in England at the moment and in America, particularly California. Mental illness. Oh, it's taken off. It's taken off a treat. When… when I was at school, you're either thick or clever, normal or mental, right? Now there's like a thousand new mentals, right? And it used to be a stigma: “No, I'm not mental”. Now people go: “I'm mental”. You know? They wanna… “I’m mental”. It’s like, everyone I know in media is ADHD. They go, “I'm ADHD”. “I'm ADHD”. “Yes. So, am I. I'm ADHD”. “Take the test?” “Yeah. I took the test five times. Passed it on the fifth”. “Oh, well done”. Right. And it's like they… “I'm writing a song about”. “I'm writing a poem about it”. “I'm writing a book about it”. “Oh, well done. Well done. Yeah. Yeah”. And they brag about it. They go they put it in their CV and in their… it's got “disorder” in it. When do we start bragging about having a disorder? 20 years ago, you wouldn't have got given a business card and it said “Ron Pike, anal warts”. You know, just keep it to yourself. No one cares”1.
Poi, come se i temi fossero legati – nella mente di un liberal antiwoke evidentemente lo sono –, passa a quella che secondo lui sarà la nuova pandemia per i giovani: paura e ansia, perché sono cresciuti con i social media e la gratificazione istantanea e non sono stati socializzati adeguatamente e già che c’è sfotte un po’ per le paure legate alla crisi climatica.
Ora: è vero che i luoghi comuni fanno gioco alla comicità. Ma il paternalismo no.
E il pezzo di Gervais, oltre a soffrirne, è un pezzo pigro.
Gervais non ha studiato. E sì, per far ridere devi studiare: devi sapere di cosa parli. Gervais fa la parte del negazionista dell’ADHD. Confonde il sintomo con la causa e l’identità con la malattia. Paragonare l’ADHD alle “verruche anali” può sembrare dark humor ma è, prima di tutto, un errore di categoria logica. Le verruche sono un’afflizione esterna, l’ADHD è un sistema operativo interno: è il modo in cui funzioniamo.
Non è che una persona ADHD se ne “vanta” per moda2 come sostiene lui dalla sua visione neurotipica dentro la sua casa di Hampstead; una persona ADHD ne parla perché per decenni quel sistema operativo è stato etichettato come “guasto” o “stupido” o “non funzionante”, e rivendicarlo oggi significa riappropriarsi della propria storia. Ma Gervais, dalla prima classe, non riesce più a vedere queste sfumature.
È qui che Mortality crolla definitivamente sotto il peso dell’ego ipertrofico del suo autore.
Gervais è diventato esattamente ciò che prendeva in giro ai tempi di The Office: il manager David Brent, convinto di essere un genio della comicità, che ride da solo delle proprie battute sgradevoli mentre la stanza cala in un silenzio imbarazzato.
Non è più il giullare che dice la verità al potere; è diventato il potere – ricco, isolato e reazionario – che urla contro nuvole che non comprende.
E la cosa più triste non è che sia diventato “cattivo”. È che si compiace nell’esserlo e così diventa banale. Per un fan della stand-up, questa è un’offesa mortale.
Per l’ADHD e per la fatica che si fa a raccontarla è l’ennesima rappresentazione farlocca che fa danni. Non dimentichiamoci, per esempio, i danni fatti da un altro spettacolo comico di cui abbiamo parlato su Atipiche: quello di Beppe Grillo.
Traduzione: «Vi dico cosa va molto forte in Inghilterra al momento, e in America, specialmente in California. La malattia mentale. Oh, è decollata. È partita alla grande. Quando… quando andavo a scuola io, o eri tonto o intelligente, normale o matto, giusto? Adesso ci sono tipo mille nuovi matti, no? E una volta era uno stigma: “No, non sono matto”. Adesso la gente fa: “Sono matto”. Capite? Vogliono… “Sono matto”.
È come se tutti quelli che conosco nei media fossero ADHD. Fanno: “Sono ADHD”. “Sono ADHD”. “Sì. Anch’io. Sono ADHD”. “Hai fatto il test?” “Sì. Ho fatto il test cinque volte. L’ho passato alla quinta”. “Oh, bravo”.
Ok? E poi… “Ci sto scrivendo una canzone”. “Ci sto scrivendo una poesia”. “Ci sto scrivendo un libro”. “Oh, bravo. Bravo. Sì. Sì”. E se ne vantano. Lo mettono nel curriculum e nel loro… c’è dentro la parola “disturbo”.
Da quando abbiamo iniziato a vantarci di avere un disturbo? 20 anni fa non ti avrebbero dato un biglietto da visita con scritto “Ron Pike, verruche anali”. Sai, tientelo per te. Non frega niente a nessuno.»
Ci sarà anche chi lo fa, per carità. Esiste senz’altro un fenomeno (andrebbe quantificato) di autodiagnosi social che banalizza le neurodivergenze. Gervais, forse, sta cercando di colpire quel fenomeno lì? La battuta rimane comunque fuori fuoco.




"Gervais è diventato esattamente ciò che prendeva in giro ai tempi di The Office: il manager David Brent, convinto di essere un genio della comicità, che ride da solo delle proprie battute sgradevoli mentre la stanza cala in un silenzio imbarazzato."
Che peccato, mi piaceva così tanto in After Life. Però ecco, il suo percorso artistico ci racconta anche quanto sia difficile restare fedeli a sé stessi. Soprattutto se si è "molto, molto, fo7tut@mente RICCHI".
Analisi perfetta, inesorabile e amara, del percorso involutivo e ripetitivo di Gervais. Su ADHD purtroppo vedo e leggo anch'io tanta gente che se la autodiagnostica (!) come vanto, ("sono pazzerello e son giustificato!" etc.) ma era esattamente questo il punto che Gervais poteva sviluppare, non sminuire il disturbo. Bel pezzo, grazie.