L’ADHD e la tendenza al workaholism
Lavorare è sano solo se fa da contorno a tutto il resto.
In italiano non esiste un neologismo per tradurre il termine workaholism: “dipendenza da lavoro” non ha la stessa potenza semantica, purtroppo. Vero è che quando si parla di dipendenza difficilmente ci si immagina abitudini virtuose, ma l’etimologia della parola dipendere, che deriva dal latino, ci indica più qualcosa da cui si proviene, con cui c’è una necessaria relazione o a cui si rimane appesi. Che è un po’ il senso del lavoro: ne abbiamo bisogno per poter sopravvivere in una società che si basa sul capitale. Un male necessario per poter campare, per intenderci.
Senza addentrarmi in disquisizioni sociologiche o politiche, il punto è che la “dipendenza da lavoro” non è vista necessariamente come un problema. Del resto, viviamo in un paese che si fonda (anche) sul lavoro, stando a quel che si legge nella Costituzione. Il lavoro nobilita, è necessario fare sacrifici, trasforma la tua passione in un lavoro, avere l’etica del lavoro, devi rispondere alle mail anche se sei vacanza tanto ci vogliono due minuti: sono solo alcune delle fandonie che ci hanno raccontato nel tempo per farci lavorare a testa bassa e senza fiatare.
Lavoro, ergo sum
Abbiamo creduto così tanto a questi miti sul lavoro, che per moltə il lavoro stesso si è trasformato nell’unica versione di se stessə. Per oltre una decade io sono stata il mio lavoro. Che lavoro fai? Sono un’agente di viaggio. Non faccio l’agente di viaggio. Per anni ho fatto straordinari gratis, ho criticato le colleghe che facevano cadere la penna un minuto dopo l’orario di chiusura, mi sono assunta responsabilità che non mi competevano, ho creduto al mito della “grande famiglia” che ti accoglie come una figlia per poi sfruttare ogni tua risorsa e darti il benservita come una sconosciuta.
Per anni ho accettato di essere mobbizzata, derisa per il mio abbigliamento, il mio accento provinciale e le mie abitudini perché ero convinta che la gavetta fosse necessaria. Perché mi servivano i soldi a fine mese e perché, in fondo, forse davvero ero sbagliata come mi facevano sentire.
Quando, finalmente, ho deciso di cambiare lavoro – perché ero nauseata, delusa e annoiata – ho iniziato a fare di una delle mie passioni un lavoro vero. Finalmente potevo scrivere, dare sfogo alla mia creatività: era normale essere pagata pochi euro ad articolo, questo è il mondo dell’editoria, baby, che ti aspettavi?
Ed ecco aprirsi un’altra era lavorativa: del tutto nuova, stimolante ma precaria. Un’era in cui era normale coprire le notizie e gli eventi a qualsiasi ora del giorno e della notte, in cui chi scriveva più articoli aveva il privilegio di accappararsi i redazionali pagati meglio o di partecipare ad aventi tipo la sagra del peperone di Carmagnola (true story!).
Perché sempre tutte a noi?
In un mondo in cui una persona ADHD solitamente gode di bassissima autostima e ha la portentosa capacità dell’iperfocus, il lavoro può trasformarsi nella trappola perfetta, in un malsano meccanismo di fuga che ci permette di compensare la carenza di dopamina. Quando poi in quel lavoro siamo particolarmente bravə, l’impegno professionale ci regala esattamente ciò di cui abbiamo bisogno: struttura, routine, stimoli e senso di realizzazione. Dici, be’, che male c’è? Nessuno, purché siamo in grado di stabilire dei limiti.
Per i motivi di cui sopra, per una persona ADHD è molto più facile cadere nella trappola del workaholism.
Come capire se sei dipendente dal lavoro? Se avverti un costante senso di stanchezza, se ti senti irritabile senza un apparente motivo, se le tue relazioni sociali si riducono alla cerchia di colleghi e colleghe e fai fatica a staccare anche nei momenti di relax, se non puoi fare a meno di controllare le mail e rispondi a telefonate di lavoro anche quando sei con la tua famiglia, forse è il caso di fermarti e farti due domande.
Un altro metodo infallibile per verificare se sei a un passo dall’essere workaholic è capire come ti senti quando non lavori. Ti senti in colpa quando fai una pausa o hai del tempo libero? Fai fatica a rilassarti anche quando sei esaustə? Stai trascurando hobby e rete sociale? Se la risposta è sì a tutte le domande, be’, immagino che tu abbia un po’ di roba su cui lavorare. Benvenutə nel club: io sono in via di guarigione solo da qualche anno.
🛠️ Tips wow – Come dare il giusto spazio al lavoro
I consigli non richiesti della settimana sono ovviamente in tema, e arrivano tutti da GAM Medical Germania.
Introdurre un rituale di fine lavoro: può essere accendere una candela o spegnere il pc, l’importante è che quel gesto metta la parola “fine” alla giornata lavorativa.
Metti in calendario un hobby, lo sport o l’aperitivo con le amiche: ciò che pianifichi ha più probabilità di essere attuato.
Riconosci i tuoi meccanismi di fuga: domandati, ad esempio, se stai facendo gli straordinari per reale necessità o perché vuoi evitare qualcosa (obblighi sociali, vuoto interiore, emozioni spiacevoli).
Metti dei timer per la pause: usa la tecnica del pomodoro al contrario, non per la produttività ma per il piacere.
Trova fonti di dopamina fuori dal lavoro: che si tratti di un film o di uno sport, esistono mille modi per accontentare il nostro bisogno di dopamina al di fuori dell’ambiente lavorativo.
📖 Dizionario divergente
Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche.
Paralisi da compiti (task paralysis): è quella sensazione di blocco totale davanti a qualcosa che si dovrebbe fare, anche se si sa esattamente di cosa si tratta. È come se il cervello si fermasse, rendendo impossibile iniziare, anche le attività più semplici o urgenti.
Una persona con ADHD può avere una mail importante da scrivere. Sa cosa vuole dire, ha il tempo per farlo, ma rimane bloccata. Rimanda, si distrae, sente crescere il senso di colpa, ma non riesce comunque a partire. Questo è un classico esempio di paralisi da compiti. La paralisi da compiti non è pigrizia né mancanza di volontà. È spesso il risultato di un sovraccarico mentale, dell’ansia legata alla performance o della difficoltà a gestire le priorità. Riconoscerla permette di affrontarla con più consapevolezza e meno giudizio verso sé stessi.
Per questo venerdì è tutto, grazie per letto fino a qui! Ora torno a lavorare (scherzo).
Un abbraccio,
Anna



A me dicevano che ero caduto nella pozione da piccolo, come Obelix. Ecco fatto.